L’asticella era sospesa a quasi sei metri d’altezza, esattamente sopra la linea di confine, nel mezzo di Piazzale Transalpina – o Trg Evrope (Piazza Europa), se fai tre passi verso est. Da un lato Gorizia, Italia. Dall’altro Nova Gorica, Slovenia. La pedana per la rincorsa in Italia, il materassone per l’atterraggio in Slovenia, il salto oltre quella striscia dove per decenni c’è stato un muretto sovrastato da un’alta ringhiera. Non un muro invalicabile come a Berlino, ma pur sempre un confine tra due mondi diversi – la Jugoslavia socialista e l’Italia.
Per me non era solo un evento sportivo ma una vera e propria convergenza tra diverse fasi della mia vita: il bambino nato e cresciuto a cavallo del confine, l’adolescente che tentava (quasi sempre invano) di avere qualche successo nell’atletica leggera, e il professionista che se n’è andato via, a occuparsi di tecnologia, di strategia, e di trasformazione.
Accanto a me, ad ammirare i campioni, c’erano tre amici di lunga data. Un legame profondo, nato dall’atletica – e, per uno di loro, cementato da uno specifico salto di quarant’anni fa, anch’esso poco lontano da quel confine che ho attraversato mille volte a piedi, in bici, in treno; a volte dal valico ufficiale, a volte passando per un campo di mais.
Lo stesso confine, trent’anni fa
Mi è capitato anche di attraversarlo con troppa leggerezza.
Da studente, una notte di più di trent’anni fa quando il confine era ancora parte della cortina di ferro, ero su un treno diretto a Lubiana. Avevo con me un permesso speciale per residenti della zona di confine, che mi consentiva di restare solo in una stretta fascia vicino alla frontiera. Quando le guardie jugoslave mi chiesero in italiano dove fossi diretto, non pensai ai documenti: dissi semplicemente la verità. La mia verità non piacque alle guardie. Loro venivano dal sud della Jugoslavia, potevo vedere l’alfabeto cirillico nel suo accento, e dare spiegazioni in Sloveno non sembrava servire a nulla. Uno di loro borbottò qualcosa che suonava come “špijon”, poi iniziò a elencare lingue, contando con le dita: “Slovenački? Italijanski? Nemački? Francuski? Engleski?”. Potevo scegliere la lingua dell’interprete, mi disse che avremmo aspettato il suo arrivo.
Mi portarono in una stanza spoglia e umida. Non era una cella, ma ne aveva l’odore: fumo e aria pesante. Il tempo passava lento, scandito solo dal fruscio di un giornale sfogliato dalla guardia in corridoio. Poi, dopo un’eternità, quella stessa guardia tirò fuori una scacchiera rovinata. Persi subito: nervi tesi, mosse sbagliate. Sembrava quasi offeso dalla mia incapacità. Quando gli dissi che ero spaventato, parve capire: versò da una bottiglia senza etichetta un distillato trasparente in una tazzina di ceramica. Bevve per primo, poi me la porse con un grugnito e un gesto chiarissimo che invitava a bere il resto. La seconda partita la persi con più onore. Alla fine sospirò: “Lo sloveno dorme”, il traduttore non sarebbe arrivato. Mi afferrò per la spalla, mi portò al binario e, con un mezzo sorriso da fine turno, mi spinse a bordo del treno successivo che era appena arrivato. Finì bene.

Gli atleti che ammiravo la scorsa settimana, invece, stavano all’estremo opposto di quel caos. Per chi non ha mai visto il salto con l’asta da vicino, è una delle scommesse più assurde dello sport. Corri a tutta velocità con un’asta di cinque metri in mano, la pianti in una buca di pochi decimetri e converti la velocità orizzontale in spinta verticale. C’è un istante terrificante in cui l’asta raggiunge la massima flessione e sta per restituire l’energia: la senti carica come una molla gigante pronta a proiettarti nel vuoto. Se un solo elemento — i passi, l’impugnatura, il vento — sembra fuori posto, la scelta giusta è di rinunciare: mollare la presa, correre sul materasso e pensare al prossimo tentativo.
La stessa disciplina, quarant’anni fa
Rinunciare a un salto non è un fallimento, è gestione del rischio.
Io l’ho imparato a mie spese. Nel decathlon, la competizione più completa, non puoi permetterti di evitare una delle dieci discipline solo perché non ti senti capace: anche una misura modesta migliora il punteggio, nessun salto invece significa zero punti. Sapevo di avere una tecnica precaria, ma non mi tirai indietro.
Sapevo di avere una tecnica precaria, ma decisi di rischiare. Ero quel tipo di atleta goffo che sa correre e provarci, ma non può garantire l’atterraggio. Piantai l’asta, sentii la spinta, e mi staccai da terra. Qualcosa andò storto. A mezz’aria iniziai a sbandare lateralmente, passai l’asticella a quasi tre metri ma la mia traiettoria mi avrebbe fatto cadere sul cemento, non sul materasso.
In quel momento, il mio allenatore scattò. Si era piazzato lì di lato proprio per questo. Io mi ero preso il rischio, lui aveva preparato la contromisura. In una frazione di secondo intercettò la mia caduta e mi spinse al volo contro il materasso. Deviare novanta chili che cadono da tre metri di altezza non è uno scherzo. Aveva preso letteralmente su di sé il rischio che io avevo creato – e corso.
Seduto in quella piazza, mi è sembrato di vedere tutta la parabola della mia storia con la gestione del rischio. L’onestà incosciente sul treno notturno, il mio testardo salto nel vuoto, il salvataggio del mio coach e la cautela misurata di quegli atleti professionisti.
Mentre l’asticella saliva, alcuni salti riuscivano, altri no, ma tutti ne uscivano integri. È questa la differenza tra un successo strategico e un colpo di fortuna: non l’assenza di rischio, ma la consapevolezza di esso. Ho lasciato la piazza pensando meno alla gloria e più a quella silenziosa coreografia: prepararsi bene, fermarsi quando è il caso, predisporre tutele e — quando qualcuno sta cadendo — avere la determinazione e il coraggio di metterci le mani.